Malinconia arancione

Chissà se l’avrà pensato Wesley Sneijder. Se tra i mille pensieri che affollano la mente annebbiata di uno sconfitto in una finale mondiale gli sarà passato per la testa. Se guardando quella marea arancione sugli spalti, ed immaginando le piazze piene di delusione della sua Olanda, avrà considerato l’idea che, forse, sarebbe stato meglio risparmiarsi quella capocciata con il Brasile, quel colpo di testa di un nanetto arancione in mezzo ad una difesa di giganti che aveva dato la forza ad una nazione di crederci di nuovo. Perché regalare un illusione ad un popolo che quella coppa non la vincerà mai?
Quei bonaccioni olandesi, che sanno come prendere la vita, se ne stavano lì tranquilli a rivangare la leggenda di una squadra meravigliosa che aveva giocava un calcio di un altro pianeta, forse il più bello mai visto, e che, pur avendo perso due volte di un soffio, aveva lasciato un segno indelebile nella secolare storia del “voetbal”. La coppa non era arrivata in quei favolosi anni settanta ma nessuno ci pensava più. Neppure quando era fiorita una nuova, splendida, generazione di tulipani alla fine degli anni 80 il popolo orange aveva creduto nel miracolo. Van Basten, Gullit, Koeman regalarono alla nazione il trionfo Europeo del 1988, con la ciliegina della magna soddisfazione di aver fatto fuori i nemici tedeschi padroni di casa, ma arrivarono al mondiale italiano del 1990 con la pancia ancora piena e senza fame di vittorie. E neppure quando il maestro Hiddink portò la più bella Olanda del dopo Cruijff, quella di Berckamp,dei fratelli De Boer, di Overmars, Seedorf, alle soglie della finale mondiale nessuno si illuse, soprattutto quando si arrivò a giocarsi il sogno ai calci di rigore. Non sono cose da olandesi i calci di rigore e non appartiene alla storia dell’Olanda vincere il mondiale.
Poi era venuta fuori questa generazione di giocatori eccelsi, di gente tecnicamente molto dotata. I vari Van Der Vaart, Robben, Sneijder, Van Persie erano tra i giovani più interessanti d’Europa e faceva presagire una rinascita dell’Olanda dopo la magra di inizio millennio. Ma non c’era un tifoso da Dem Elder ad Eindhoven che avrebbe scommesso un euro sull’eventualità di una vittoria mondiale. Dalla cintola in su la squadra era buona ma assolutamente ordinaria in difesa e carente in fase di contenimento. Un mondiale senza infamia e senza lode nel 2006 ed un’ottimo europeo 2008 avevano confermato la sensazione di una squadra buona ma incompleta.
E poi erano arrivate le qualificazione al mondiale, superate con otto vittorie su otto gare, e poi il Sudafrica e tre vittorie nel girone e l’agevole superamento degli ottavi con i non irresistibili slovacchi. Ottimi risultati di una squadra bella ed in crescita ma nessuno pensava a nulla di più.
C’era il Brasile e si sarebbe andati a casa, tutto sommati felici, per una squadra che aveva fatto comunque molto bene. Il Brasile era apparso a tutti assolutamente insuperabile per quell’Olanda imperfetta ed un primo tempo in cui i verdeoro l’avevano surclassata aveva confermato l’impressione.
E poi? E poi era arrivato un gol fortuito a riportare in pari una gara che sembrava già persa, e poi i brasiliani avevano perso tutta la loro "bailada" sicurezza e poi era arrivato il perfetto ponte di Kuyt a mettere fuori gioco la miglior difesa che i verdeoro abbiano mai avuto.
Ma perché l’hai butta dentro quella palla caro Wesley? E’ stato lì che è nato l’inganno. Si è pensato, io ho pensato e credo che lo abbia creduto anche Snejder, che se si poteva rimontare il Brasile in una gara ad eliminazione diretta al mondiale allora era lecito credere nell’impossibile. Ed invece è stata tutta un' illusione. Come abbiamo potuto farci convincere che un’Olanda che non giocava da Olanda, che non era la più forte, potesse giungere trionfante alla meta che neppure la meravigliosa squadra di Cruijff aveva raggiunto?
Forse perché ci ha sfiorato il pensiero che nel calcio accade spesso che la storia ti restituisca quello che ti è stato sottratto, magari attraverso circostanze e situazioni speculari al destino beffardo che ti aveva sopraffatto. Mi viene da pensare, ad esempio, al mio caro Milan, dominatore e bellissimo nella notte di Istambul, ma beffato dal Liverpool, e poi mediocre ma vincente nella finale di Atene del 2007. E che dire dell’Italia sempre sconfitta ai rigori che poi vince il titolo dagli undici metri? Il calcio da è prende, con una ciclicità quasi regolare. Ma questo non vale per gli sfortunati olandesi.
Giocarono un calcio meraviglioso nel 74 e, da favoriti, furono battuti da una squadra pragmatica. Giocarono un po’ più accorti nel 78 ma furono malmenati da ripetuti fallacci dagli scatenaci argentini. Stavolta erano gli avversari i favoriti, erano gli avversari quelli che giocavano un calcio universalmente riconosciuto come il più bello del momento. Per uno scherzo del destino stavolta i pragmatici spezza gioco (e spezza gambe), contropiedisti erano gli orange, un’occasione unica per far tornare la storia in pari. E quando Sneijder ha trovato il pertugio giusto per lanciare la corsa di Robben e questi si è involato verso Casillas il destino è sembrato compiersi. L’Olanda che ha inventato il calcio totale stava per andare a vincere il mondiale col più classico dei contropiedi. Io mi sono alzato in piedi pronto a saltare in aria perché era tutto perfetto, i due cavalieri d’Olanda che portano a termine la loro missione per conto della regina Beatrice, un destino che veniva da lontano e stava per incontrare il suo compimento. Ed invece no, dopo il palo di Rensembrink stavolta si è messo di mezzo l’esterno piede di un portiere che sembrava già rassegnato a raccogliere la sfera in fondo alla rete. E’ la che noi tifosi olandesi siamo tornati sulla terra e ci siamo ricordati che l’Olanda non vincerà mai la coppa del mondo.
Già, noi olandesi. Ma perché sono diventato tifoso di una nazionale che non è la mia? Mi ricordo la prima volta che vidi un filmato sui mondiali del 1974. Credo fosse il 1984, una trasmissione estiva dell’indimenticabile Paolo Valenti sulla storia del calcio. Il tema di quella puntata era chi fosse stato più grande tra Pelè o Cruijff. Chi era costui che veniva paragonato nientedimeno che a Pelè e perché non ne avevo mai sentito parlare? Le immagini di questo fuoriclasse scorrevano sullo schermo e, magicamente, un giocatore che non avevo mai visto giocare e che era ormai a fine carriera, diventò il mio preferito. Ovviamente si parlò, in quella famosa trasmissione, della grande occasione sprecata a Monaco, di quella squadra fantastica che non aveva vinto e mi venne un magone in differita di dieci anni. E poi venne il grande Van Basten è diventai tifoso olandese ma sarebbe stata una passione effimera se fosse stata una scelta legata solo all'idolatria per un fuoriclasse. Ed invece, al suo ritiro, questa passione non si attenuò per nulla ed è proseguita fino ad oggi. Perchè io ho scelto l’Olanda per la sua filosofia di gioco, mai sparagnina e calcolatrice, ma sempre votata al completo controllo del gioco e all’attacco anche quando si è in vantaggio. O almeno quello credevo fino a qeusto mondiale. Per uno scherzo del destino mi sono ritrovato con una nazionale che giocava in contropiede e speculava sul risultato e per giunta sconfitta in una finale mondiale. Wesley ma perché l’hai buttata dentro quella palla?
J.H.
12 luglio 2010