di DONATO GERVASIO
La montagna dirimpetto
la mia dolce casa che spezza in due il sole calante nelle prime ore del pomeriggio
adesso lo ha già celato completamente. Da parecchie ore. Quella montagna
che con il sopravvento dell’ora solare accende le luci arancione dell’amata
Caposele già alle 5 del pomeriggio. E le vetrine dei negozi allora iniziano
a scintillare, da poco scoperte dalla saracinesca chiusa all’ora di pranzo,
quando il crepuscolo è ormai invisibile e il buio inizia a farla da padrone.
Aprono i battenti per un nuovo pomeriggio d’andirivieni di clienti, chi
spende, chi visita soltanto. L’aria sa già dell’intenso fumo
dei camini che sbuffano dalle case dei primi infreddoliti. Non siamo più
abituati a sentirlo, quell’odore di legna arrostita, alla fine di un’estate
che ancora si vede all’orizzonte. Quell’estate come le altre, ma
quell’estate in fondo originale, perché ogni giorno scopri qualcosa
di nuovo. E così anche ogni nuova estate.
Adesso è notte fonda, tra l’arancione delle luci che scacciano
via il buio nelle strade di Caposele. Quel buio che quel colore insolito dei
lampioni riesce a dominare fino ad un certo punto, dopo il quale il resto è
una distesa di oscurità, sovrastato dalle stelle che ogni tanto filtrano
tra le nuvole di novembre. E’ buio anche qua dentro, nella mia stanzetta,
dove l’unica luce nella notte è quella dello schermo del computer,
che illumina flebilmente la piccola camera. Ho preferito tenere spenta la luce,
per vivere la stessa atmosfera che vive il sangue che circola nel mio cuore.
Prima che i neon arancione di questa notte si accendessero, non avevo mai immaginato
di dover vivere una giornata tanto buia con il sole ancora in cielo. Buio come
la tristezza, che cala davanti ai tuoi occhi come il panno di un torero calato
su quelli del povero toro di turno. La luce si spegne. E tu reagisci come quell’animale
di cui un essere umano arrogante ha deciso di prendersi gioco e perciò
di farlo imbestialire. Questa notte di novembre mi sembra tanto un enorme panno
da torero calato davanti agli occhi, che mi impedisce di guardare laggiù,
dove forse è nascosta tutta la felicità di questa vita. Chissà
se un giorno la raggiungerò.
E’ tutto buio, buio totale, anche se, dalle tendine opache sulla finestra,
si scorgono, in lontananza, nebulose, delle sfere arancione che sono i lampioni
dell’illuminazione pubblica. Stasera avevo chiesto ad un amico se si potesse
rimanere delusi anche da un corteggiamento fallito, oltre che da un amore finito.
Due cose troppo diverse, troppo distanti. Mi aveva risposto di si, ed io avevo
capito di avere di che essere deluso. Nulla che riguardasse una singola giornata
di sfortuna, ma tutto ciò che questa aveva preceduto. Ma quasi a dispetto
del mio stato d’animo, il cervello aveva ordinato a me stesso di tornare
a sorridere. Ho obbedito, ho sorriso. A volte la vita è fatta di piccole
cose, ancora più piccole di quelle più comuni. Forse su questo
mi tocca farmene una ragione.
E’ l’una e mezza di notte passata. Le palpebre cominciano a sentire
il peso di una giornata in cui hanno dovuto rimanere sempre aperte e colme di
rabbia e tristezza. E’ meglio che le metta a riposare, prima che si ribellino
chiudendosi da sé. Buonanotte.