SELETUDINE
di Gerardo Ceres
Ho cercato per mesi negli occhi di qualche anziano e poi negli occhi di uomini e donne di mezza età e, ancor di più, in quelli di alcuni bambini nel tentativo di scorgere, di cogliere e rilevare delle differenze. Vanamente. Al punto che in ciascuno ho colto un carattere assolutamente omogeneo.
C’è, infatti, qualcosa di immarcescibile che si trascina nel tempo e che prende ognuno che sia nato, anche soltanto nato, a Caposele o che vi risieda da lungo tempo: è la seletudine, che tende ad esaltare dei valori etnici e culturali propri della genìa che vive sulle due rive del Sele e, in modo particolare, nel tratto prossimo alle sorgenti. Descritto così questo sostantivo pare voglia evocare qualcosa di altamente nobile, almeno come gradirebbe il mio amico Antonello Malanga, fine etimologo dai profondi e mai esauriti studi. Al contrario l’accezione che io preferisco è quella un po’ sdrucita, quella che tende ad indagare i lati oscuri, a volte anche indicibili, perché quando detti alienano simpatie ed amicizie. Detto ciò, incuranti come sempre, addentriamoci in questa ricerca dagli esiti ignoti.
L’idea di addentrarsi (forse la stessa che ebbe il Santorelli quando invocava l’Angelo santo perché delle vedute del Sele gli facesse intendere “qualche cosa più addentro”), per quanto casuale ed involontaria, è sintomatica di una prima verità: il silaro è un cavernicolo che non solo abita nelle caverne (oramai non più) ma che nella sua estensione antropologica è persona poco socievole oppure rozza e dozzinale. Il suo habitat esterno è un cuneo di territorio che penetra sul fianco la montagna e ne forma uno spazio racchiuso, molto più che raccolto. Il sole tende anzitempo ad adagiarsi sull’altro versante della montagna, oscurando ben presto i vicoli e le strade. La vegetazione rigogliosa e selvaggia, solo appena contenuta da una bizzarra urbanizzazione, circonda decisa ogni movimento del silaro.
In questo contesto geografico si sviluppa una storia del popolo delle sorgenti del Sele, per l’appunto il silaro. Millenni di storia che ne hanno edificato una caratteristica tolemaica assolutamente originale: il selecentrismo. Ma anche in questo mi viene in soccorso un altro amico, Nicola D’Auria, che anni fa coniò questa definizione per evidenziare l’assoluta incapacità del silaro di essere nel mondo se non per proiettare le sue azioni su uno schermo ideale che egli immagina collocato in piazza della sanità. In modo tale da non riuscire che ad essere sé stesso, il suo sé stesso di sempre, quello che ritiene che Times Square o i Campi Elisi o il molo di Tangeri siano delle mere propaggini di Piazza Di Masi o Via Roma o il Ponte di Tredogge. Riassuntivi di questa verità sono quattro versi contenuti in un’ode di Vincenzo Malanga: “Vedo il mio paese: / non ne uscirò più! / Come sei mio…/ paese dove nacqui e vivo!”. Qui vi si ritrova l’idea dell’autosufficienza. Per il silaro, e Vincenzo Malanga lo fu di coriacea scorza, Caposele è il mondo, il solo mondo possibile. E se questo, appunto, non è selecentrismo, come lo si può diversamente definire?
Il silaro è un conservatore. Guai a chiunque voglia prospettare innovazioni di vario tipo. Il suo è un andamento davvero lento, lumacoso. La vorticosa accelerazione della società dell’information technology è vista con fastidio, anche se solamente osservata attraverso qualche canale televisivo.
Ci sovviene la curiosa teoria di qualche mio altro beffardo e caustico amico: non c’è altro luogo al mondo nel quale le grandi istituzioni che formano l’élite sociale di una comunità siano rimaste per così tanto, lungo tempo immuni ai cambiamenti, almeno nei posti di maggiore responsabilità. Nel nostro caso abbiamo avuto per venti anni lo stesso comandante dei carabinieri; abbiamo da trentacinque anni lo stesso parroco; ugualmente da trentacinque anni la stessa generazione politica che amministra, a livello municipale, la cosa pubblica. Guai, guai, solo a prospettare il cambiamento, al quale, peraltro, nessuno si candida.
Il silaro non è un esteta, non ama il bello. Infatti basta volgere lo sguardo intorno per non trovare un segno o un tratto di coerenza. Ci si lascia prendere da soluzioni inverosimili, che si tratti dei colori delle abitazioni, degli infissi, dei balconi o solo le insegne dei negozi. Come nell’abbigliamento che si apprezza lungo le strade nelle ore del passeggio: nulla più del normale e del comune. Le strade e le piazze sono preda di anarchiche invasioni di auto, cassonetti dell’immondizia, cartacce che frullano nei vortici del vento che soffia da Boiara, monumenti collocati come ciglia posticce e, peggio, abbandonati al degrado del tempo che non rimedia. Basta guardare come è oggi collocato il luogo per eccellenza della seletudine, in cui si mescolano mito e identità del silaro: le sorgenti. Nulla al confronto con ciò che vi si osservava centocinquanta anni fa, quando il Santorelli vedeva spuntare Espero per ispecchiarsi nelle acque delle fonti del Sele, quando le donzelle di Caposele del medio e basso ceto corrono ad attinger l’acqua dove rampolla il fiume. Oggi quel naturale e concavo anfiteatro è nascosto allo sguardo di chi passa a lato. Nell’unico punto dove si potrebbe ammirare l’incanto vi sono i contenitori, che non sempre riescono a contenere, della raccolta differenziata. E poi quei tristi e dolenti alberi di mimose che chiedono di scomparire…per donare la visione di ciò che oggi è negato alla vista del passante.
Il silaro non ama le liturgie. Al punto che il gesto pubblico più esaltante della liturgia cattolica, la processione, viene vissuto – estremizzando - come una passeggiata al luna park, con il gelato in mano o le patatine e la lattina di coca cola. Essa diventa, almeno per le due ali di donzelle che precedono il santo, l’occasione per un vero e proprio defilè, utile a mostrare l’ultimo vestito e ben disposte, altresì, a comporre (sempre secondo il Santorelli) gli occhi al sorriso e brillan di luce le loro pupille a favore di quei licenziosi giovinastri che attendono il passaggio del sacro rito. Il silaro è ben strano, quando in una sua rara mutazione genetica accetta addirittura lo spostamento della festa di San Vito, perché non compatibile col business che si realizza nei ristoranti e tra i souvenir di Materdomini: è l’economia, bellezza, è l’economia… Nel suo corpo maggioritario più che anticlericalismo nel silaro si esalta l’agnosticismo. Retaggi di una società che ha saputo ospitare logge massoniche che a loro volta hanno seminato un atteggiamento di indifferenza verso il sacro con radici via, via sempre più profonde.
Il silaro non è gagliardo, non s’innamora delle dispute. Non sa essere guelfo e ghibellino, bianco e nero. Tranne che per un piccolo tratto della storia recente, non si lascia trascinare più di tanto nell’agone che si svolge nella polis. Non è sua l’attitudine al combattimento e alla tenzone. Preferisce, al più, osservare e commentare le gesta d’altri e riderci sopra. Non vi si comprenderebbe per il silaro tanto cancan, come invece è accaduto qualche anno fa a Calabritto, per stabilire il come e il perché trasferire, andata e ritorno, la statua della madonna della neve; se il parroco doveva restare oppure andar via; se il vescovo poteva o no assicurare la sua prolusione al popolo fedele.
Il silaro non è interessato a tutto ciò. Egli chiede solo di ascoltare ed osservare, possibilmente seduto su una panchina, su uno scalino o attorno al tavolino di un bar. Un ignoto autore di versetti affissi notte tempo sui muri di Caposele ebbe a scrivere che il silaro “di tutti parla e con malizia…” e questo gli basta pur che il tempo passi, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Il silaro sono io, siamo noi, quelli che mai potrebbero immaginare una vacanza agostana se non per viverla a Caposele; quelli che attendono l’uscita di questo giornale pensando che sia l’unica cosa importante che possa segnare davvero l’estate; quelli che restano sulle panchine di piazza sanità fino all’ultimo minuto utile prima del pranzo, pur di lasciarsi accarezzare da un insolito scirocco che solo sotto quelle piante sa essere fresco e piacevole; il silaro è colui che prova fastidio, con fare snob, all’arrivo di foresti che manifestano una tiepida volontà all’integrazione.
Il silaro è quello che pensava di scrivere di sé immaginando una prosa blues e che nel corso di un breve viaggio, sapendo dei tempi molto stretti concessi dal direttore, si è dovuto adattare a dei riferimenti che sono punti fermi e non aggirabili della seletudine come Nicola Santorelli e Vincenzo Malanga. Questi due esempi alti di uomini colti, in due secoli differenti, con amorefiliale e poetico, hanno donato un pezzo del loro tempo per raccontarci con le parole l’aria, i colori, gli odori, i fruscii del Sele e dei suoi dintorni. Sono loro i cantori delle seletudine, di quel senso che nasce aprendosi alla vita e che ci portiamo ovunque fino all’istante finale che si chiude, per sempre, alla vita.